Sulla moschea

A Pisa si assiste, ormai da alcune settimane, a un surreale dibattito su Moschea sì Moschea no. Non mi mi dilungo sul perché sono a favore della costruzione di un luogo di culto per gli islamici, mi interessa, invece, provare a discutere su come la mia parte, cioè chi è a favore, dovrebbe comportarsi verso il referendum consultivo per cui la destra della nostra città ha raccolto le firme. Rifiutare il quesito in quanto sui principi non si vota o provare a sconfiggere la marea razzista montante con il voto popolare? Ho letto già alcune autorevoli prese di posizione per la prima ipotesi, io sono per la seconda. Se, infatti, si facesse di fatto campagna per l’astensione non riconoscendo la legittimità del referendum, la vittoria del no alla Moschea sarebbe per forza di cose amplissima in tempi percentuali e a noi non resterebbe che il debole argomento che hanno votato in pochi. Che clima si creerebbe se l’attuale amministrazione, che sull’argomento si è mossa, Sindaco in testa, benissimo, non bloccasse la costruzione della Moschea proprio in prossimità della campagna elettorale? Penso che non ci siano altre scelte che mettere insieme tutte le forze democratiche di questa città per provare a sconfiggere quelle reazionarie sperando di riuscire a costruire, almeno su questo tema, un fronte di argine democratico dal Pd alla sinistra sinistra passando, me lo auguro ma qui la vedo più dura, al Movimento 5 Stelle fino all’associazionismo. Non sarà facile, ma abbiamo il dovere di provare a farlo. Non vedo altri modi per raggiungere l’obbiettivo, e cioè che i cittadini musulmani possano avere a Pisa un luogo dignitoso dove pregare.

P.S.
Se poi il Consiglio di Stato o qualche altro organismo non riconoscerà come legittimo il quesito referendario, ovviamente, tanto meglio.

Nichi Vendola e la sua eredità mancata

Parlando con i compagni più “anziani” mi è capito spesso, a prescindere dall’argomento della conversazione, che il discorso del mio interlocutore iniziasse con un “noi del Manifesto”, “d’altronde con Lotta Continua pensavamo” o “ero a un comizio in cui Berlinguer disse…” piuttosto che “quella volta che Trentin…”.

Spesso il loro ricordo -sempre utile per parlare del presente- coincide con il partito, il movimento, il dirigente politico o sindacale che li aveva fatti avvicinare alla politica e a cui in qualche modo erano rimasti più legati in modo quasi sentimentale, arrivando magari a condizionare, a distanza di anni, il loro approccio alle cose di oggi.

In questa fase di passaggio -ora che con la fine di Sel si chiude una stagione che è stata, per me , quella in cui mi sono appassionato alla politica- mi è capitato di chiedermi se anche io nel 2050, per spiegare qualcosa della politica del futuro, inizierò il mio discorso citando qualcosa di colui senza il quale non sarei qui a provare a scrivere qualcosa di sinistra: Nichi Vendola.

Probabilmente non ci sarei stato perché in questi tempi bui non ci sarebbe stato niente in grado di farmi appassionare a tal punto, a poco più di 20 anni, da iniziare a “spendere” per la politica quasi tutto il mio tempo libero.

E tuttavia oggi non saprei dire (anche se mi auguro di sì) se nel 2050 inizierò un ragionamento con “quando noi vendoliani nel 2011 vincemmo…” o con “come diceva Nichi…”. Non lo so perché a pochi mesi o giorni dal passo di lato di Nichi (per la verità nemmeno ancora annunciato), la sua eredità sembra per certi versi sbiadita, quasi venuta meno.

Lo è sotto il profilo innovativo con cui Nichi aveva provato a scuotere la sinistra dopo il disastro dell’Arcobaleno. Lo è dal punto di vista di quel linguaggio evocativo che scaldava il cuore e che coinvolgeva anche chi alla fine non fino capiva in fondo  il significato di quello che aveva ascoltato. Lo è sui tabù rotti per una sinistra che provava, magari senza riuscirci, a uscire dal Novecento. Lo è sulla critica ai partiti “ossi di seppia” con le “stanze polverose”. Lo è sull’avversario politico che era un “competitor” e non nemico da abbattere, nemmeno se si chiamava Silvio Berlusconi.

Un’eredità venuta meno quando, anche dalle nostre parti, si parla di rischio fascismo per raccontare le riforme di Matteo Renzi (che, per inciso, non mi piacciono, altrimenti verrei tacciato subito di voler andare nel Pd). Lo è quando (e su questo ha ragione Dario Danti) si considera un traditore il compagno che ci sta più vicino.  Lo è sulle posizioni che sulla maternità surrogata si sono lette anche dalle nostri parti. Lo è per certo un plebeismo che pare essersi sempre più impadronito anche di noi. Lo è perché mi sembra che non sia più pienamente nostra la cultura che voleva essere di governo anche quando era, momentaneamente, all’opposizione.

Dell’eterodossa cultura politica di Nichi, nei dibattiti delle mailing list o dei  social oppure alle riunioni che si fanno nelle nostre sedi, si vede sempre di meno. Ed io penso che si possono perdere le battaglie politiche (e noi lo abbiamo fatto quasi sempre dalle primarie alla scommessa di Italia Bene Comune), ma che  la cultura politica vendoliana non dovevamo, non dobbiamo perderla. Sarebbe il peccato più grande, quasi imperdonabile. Non ci rimettiamo solo noi, adesso, ma ci rimetterebbero anche i ventenni del 2050.

P.S.

Disse una volta Nichi tra le polemiche: meglio amici che compagni. Aveva ragione anche lì.

Anche a Pisa, in cammino verso la Sinistra italiana

Insieme ad alcuni amici e compagni abbiamo deciso di condividere l’urgenza di una proposta: lanciare e aprire, anche sul nostro territorio, una discussione, un confronto, una riflessione sul futuro della Sinistra in Italia in vista dell’appuntamento di Febbraio a Roma. Per questo motivo, ci ritroveremo il 15 gennaio, alle 21, al Circolo ARCI Pisanova.

In tutta Europa in questi anni è cresciuta una Sinistra nuova, radicata ma moderna, di popolo ma non populista, netta nelle idee ma concreta nelle scelte… una Sinistra che vince. E in Italia? Ci dobbiamo rassegnare alla nostra residualità? Stretti tra pericolosi demagoghi buoni solo a cavalcare feroci e bassi istinti e chi pensa che per vincere si debba per forza accarezzare le idee della destra, noi non ci rassegniamo a un Paese popolato da tante solitudini incomunicabili che regredisce sempre più verso un inutile individualismo e una disperata guerra tra poveri. Noi pensiamo ancora che sia compito della Sinistra portare queste solitudini in un orizzonte comune di cambiamento. Tutto questo è tanto più necessario proprio perché se non si mette in campo una politica seria, che pensi al futuro, attenta alle ragioni degli ultimi, nella materialità della crisi vinceranno inevitabilmente i populismi e la destra, la logica del tanto peggio tanto meglio, dell’urlo e dell’invettiva liberatoria o, ancora più grave, quella del capro espiatorio.

Per tutti questi motivi pensiamo che la tre giorni del 19-20-21 febbraio a Roma, lanciata in questi giorni da vari appartenenti a realtà politiche e sociali, possa essere davvero l’occasione per iniziare, insieme a tante e a tanti, a costruire insieme il nuovo partito della Sinistra italiana. Potrà esserlo perché, questa volta per la prima volta in molti anni di errori, non ci saranno accordi pattizi, quote precostituite, rendite di posizione da ossequiare. Potrà esserlo perché non faremo federazioni o cartelli elettorali e tutti si metteranno in gioco, senza rete né clausole di salvaguardia: chiunque potrà iscriversi, dire la sua, contare, decidere, su tutto, con la massima democrazia e trasparenza.

Potrà e dovrà esserlo, perché tutti sentiamo la necessità, non più rinviabile, che anche in Italia finalmente rinasca una Sinistra organizzata, coerente, credibile, che sappia assumersi fino in fondo l’impegno di essere Sinistra di governo. Un Sinistra che elabori le sue proposte e iniziative non sulla base dell’efficacia degli slogan ma sulla loro reale utilità per incidere e modificare le condizioni di vita di chi vuole rappresentare. Una sinistra capace di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e nell’agenda politica, locale e nazionale, tematiche non più rinviabili dall’ambiente alla qualità del lavoro, dall’istruzione alle tematiche del disarmo e della pace, dai diritti civili alla qualità dei servizi sociali e di quelli sanitari. Una Sinistra che sappia andare con decisione oltre i recinti identitari, capaci solo di frasi scarlatte e belle sconfitte. Una Sinistra che sappia coniugare radicalità e coerenza con la capacità di un confronto ampio e fecondo con tutte quante le forze progressiste e le culture politiche disponibili a mettere in discussione le disuguaglianze derivanti dal primato dell’economia sulla politica.

Ecco perché alla tre giorni romana ci saremo e invitiamo ad esserci tutti coloro che condividono questo nostro appello. Ed ecco perché pensiamo sia importante un primo momento di discussione e di confronto anche a Pisa: per questo vi invitiamo venerdì 15 gennaio alle 21 al circolo Arci Pisanova a Pisa.

Incontriamoci, tutte e tutti noi, proprio per discutere di come dare le gambe a questo percorso anche nella nostra provincia, insieme.

Letizia Andreini, studentessa
Alessio Bellini, impiegato
Elisa Bertelli, vicesindaco comune di Santa Croce sull’Arno
Stefano Carlesi, assegnista di ricerca
Massimiliano Casalini, educatore professionale
Giorgio Catelani, vicesindaco comune di Cascina
Catia Cavallini, assessore comune di Vicopisano
Francesco Cecchetti, operatore sociale
Lorenzo Del Zoppo, assessore comune di Vecchiano
Gianni Ferdani, impiegato FS
Annachiara Galotta, assessore comune di Calci
Franco Marchetti, vicesindaco comune di San Giuliano Terme
Alessandro Valenza, lavoratore dipendente