Agostino Canonici, carabiniere partigiano

Agocadonicilibro

Ieri a Palazzo Bocella a San Gennaro è stato presentato il libro “Agostino Cadonici. Un carabiniere con i partigiani del gruppo S.T.S. (Sant’Andrea in Caprile – Tofori – San Gennaro)” scritto da Luciano Luciani con la collaborazione di Elgi Cadonici, che del protagonista dell’opera è il figlio.

E’ un libro bello e importante.

La vicenda di Cadonici è innanzitutto un modo per raccontare la storia di della formazione partigiana guidata da Ilio Menicucci (ucciso dai tedeschi il 6 settembre del 1944) che contribuì, in modo significativo alla Liberazione delle nostre terre dall’occupazione nazista. La formazione S.T.S. arrivò a contare oltre 50 uomini, protesse una media di 30 prigionieri di guerra e numerosi renitenti alla leva e guidò gli alleati lungo i sentieri delle Pizzorne. Il collegamento con il Cln di Lucca e il gruppo venne mantenuto dalle staffette partigiane, tra cui merita senz’altro di essere ricordata la figura di Nara Marchetti.

All’interno di questa vicenda, si staglia la figura di Agostino Cadonici, carabiniere, poi Appuntato e Brigadiere che, nel momento più difficile della storia del paese, cioè dopo l’8 settembre 1943, fece la scelta di continuare a combattere dalla parte giusta della storia.

Non vorrei fare il riassunto del libro, mi limito a consigliarne vivamente la lettura.

Mi piace, però, sottolineare alcuni passaggi.

Il primo è l’assoluto riserbo, direi quasi il pudore, con cui Cadonici tratta la sua militanza nelle fila della Resistenza: nel dopoguerra non dice quasi nulla nemmeno in famiglia. Agostino non parla della sua gloriosa storia, quasi come se avesse fatto semplicemente il suo dovere di servitore dello Stato, nonostante sia del tutto evidente come fare il proprio dovere significasse in quel preciso momento storico mettere a repentaglio ogni giorno la propria vita. La storia di Agostino verrà, così, fuori solamente dal casuale ritrovamento dei documenti che attestano la sua partecipazione alla Resistenza (oltre ai documenti erano state conservate anche alcune armi in dotazione ai partigiani nei giorni della Liberazione) di suo figlio Elgi e dall’incontro di quest’ultimo, avvenuto proprio a Palazzo Bocella il 12 settembre del 2014, con Luciano Luciani.

Interessante è poi, anche se evidentemente casuale, il luogo di origine della famiglia Cadonici, il luogo che lasciarono nell’estate del 1928 per trasferirsi nel Capannorese: Montefiorino in provincia di Modena. Montefiorino, cittadina medaglia d’oro al valor militare sarà la prima zona libera del Nord Italia e la sua Rocca diverrà il Simbolo della Repubblica Partigiana di Montefiorino.

Ancora casuale fu, probabilmente, il luogo dove Agostino Cadonici venne trasferito nel 1947: Riglione di Pisa, della cui stazione divenne comandante e dove rimase fino all’anno della pensione, il 1967. Riglione, borgata alle porte di Pisa, aveva un carattere ribelle e di sinistra e qui il Pci prese il 63% alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946. Solo per raccontare un episodio del dopoguerra, a seguito dell’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948, nonostante i richiami della federazione pisana del partito, le barricate rimasero a lungo in paese (per i dettagli e più complessivamente per la storia del borgo consiglio il libro del mio caro amico Massimiliano Bacchiet, “Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. 1861-1948). Non doveva essere facile essere un rappresentante dello Stato a Riglione in quel periodo e anche negli anni successivi, forse un carabiniere partigiano…

Oltre San Gennaro e a Capannori, i luoghi in cui visse Agostino Cadonici, carabiniere partigiano, furono, quindi, la cittadina simbolo della Resistenza Montefiorino e la borgata “rossa” Riglione. Sarà stato il caso, a me piace pensare che, semplicemente, sia stata la storia.

Nichi, peccato!

A Nichi Vendola voglio bene.

Il lavoro che ho deciso di fare, molte delle amicizie che mi accompagnano ancora oggi, tante cose che ho imparato, i libri che ho letto e, soprattutto, la passione politica (ricordo ancora quando ormai 10 anni fa gli chiesi emozionato di firmarmi la mia prima tessera di partito), li devo in grandissima parte a lui.

Ormai da qualche tempo la penso in modo differente rispetto a Nichi, ma questo non ha mai intaccato la mia riconoscenza verso la persona che, da sola, nel post-disastro della Sinistra Arcobaleno era miracolosamente riuscita a tenere aperto un piccolo spiraglio per la sinistra in questo paese. Bene o male la mia generazione, quella che era troppo giovane per esserci a Genova nel 2001, deve a lui l’appiglio per aver continuato a pensare che impegnarsi è una cosa bella.

Dopo un periodo di assenza dalla scena pubblica, l’altra sera Vendola è tornato e a una festa di Sinistra Italiana ha dichiarato: “Giuliano Pisapia mi sembra molto generoso politicamente, soprattutto nei confronti di se stesso”.

Non penso serva dire che non è vero, che è risaputo che Pisapia ha rifiutato più volte “posti” importanti, che ha già annunciato che non si candiderà in Parlamento alle prossime elezioni politiche…

Sarebbe bastato dire che non è d’accordo con Giuliano Pisapia, che pensa che la sua proposta politica sia sbagliata e che secondo lui bisogna fare altro.

D’altra parte era stato proprio lui, Nichi Vendola, a insegnarci che l’ecologia dei rapporti umani e politici viene prima di tutto, che era necessario sempre sforzarsi di mantenere un linguaggio gentile che argomenta e non cerca l’invettiva, che anche Berlusconi non era un nemico, ma un avversario, che non aveva senso scagliarsi sempre contro quello più vicino.

Nichi, peccato!

I volontari antifascisti capannoresi nella guerra civile spagnola

Il 17 luglio 1936, con l’Alzamiento del Generale Francisco Franco, la rivolta militare nel Marocco spagnolo contro il governo repubblicano capeggiata da Sanjuro, Mola De Llana e appunto Franco, ebbe inizio la guerra civile spagnola.

Nell’anniversario di questo tragico evento, alla fine del conflitto si contarono quasi un milione di morti e trecentomila esuli in quella che fu la prova generale della seconda guerra mondiale, mi piace ricordare i volontari antifascisti capannoresi che partirono per andare in Spagna a combattere per la democrazia e per la libertà. Erano per la maggioranza comunisti, ma erano presenti in forze anche anarchici, socialisti, esponenti di Giustizia e Libertà e di altri partiti e movimenti politici oltre a generici antifascisti.

Molti di loro giunsero in Spagna dalla Francia dove erano fuggiti dalla repressione fascista e, in seguito, combatterono contro il Nazifascismo partecipando alla Resistenza.

Ormai alcuni anni fa, grazie all’Isgrec (Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’età Contemporanea) e sopratutto a Luciana Rocchi, ho avuto la possibilità di fare ricerca su questo straordinario e drammatico pezzo della storia del secolo scorso. Il lavoro è culminato nel 2012 in un libro, curato da me e da Ilaria Cansella, intitolato “Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola” (Edizioni Effigi), in cui abbiamo provato a ricostruire la vicenda e le 408 biografie dei volontari nati nella nostra Regione.

Dei 408 volontari toscani, in totale gli italiani furono circa 4000, alcuni erano o sarebbero diventati famosi: da Carlo Rosselli che inventò il celebre motto “Oggi in Spagna, domani in Italia” e che sarà ucciso nel 1937 in Francia dai sicari di Mussolini, al Comunista livornese Ilio Barontini, fino al Repubblicano Randolfo Pacciardi, rispettivamente Commissario Politico e Comandante delle Battaglione Italiano, solo per citarne alcuni. Altri sono rimasti quasi sconosciuti. Tutti meritano di essere ricordati.

Secondo i nostri studi furono due i capannoresi protagonisti di questa avventura: Giovanni Natalino Guidotti e Giovanni Martinucci.

Di Guidotti sappiamo relativamente poco: solo che nacque nel nostro Comune il 19/11/1906 da Eusebio ed Emilia Leonardi, che risulta essere stato residente in Francia ad Arles nel 1928 per motivi di lavoro e che partì per la Spagna nel dicembre 1936 per arruolarsi nella Brigata Garibaldi. Dall’agosto del 1937 tornò a vivere in Francia. Per quanto riguarda la sua appartenenza politica sappiamo solo che era un antifascista.

Le fonti ci consegnano notizie più dettagliate riguardo alla biografia di Martinucci.

Nato a Colle di Compito il 28/12/1909 da Domenico e Teresa Galli, di professione bracciante, emigrò in Corsica nel 1929, prima di arruolarsi In Spagna nel Battaglione Garibaldi nell’ottobre 1936 dove raggiunse il ruolo di Sergente. Martinucci apparteneva, come la maggioranza dei volontari in Spagna, al Partito Comunista. Dopo la guerra Martinucci visse anche l’esperienza dell’internamento nei campi francesi di S. Cyprien, Gurs, Mont S. Louis prima di essere rimpatriato in Italia via Mentone il 23/9/1941. In Italia venne, poi, confinato a Ventotene, prima di essere liberato nell’agosto del 1943 in tempo per prendere parte alla Resistenza.

P.S.

Nel frattempo le ricerche su questo tema sono andate avanti ed è recentemente uscito, sempre per i quaderni dell’Isgrec, il libro di Ilaria Cansella e di Enrico Acciai intitolato  “Storie di indesiderabili e di confini. I reduci antifascisti di Spagna nei campi francesi (1939-1941)”. I miei migliori auguri.